Storia di un viaggio lungo 25 anni
- La passione civile nella bella realtà della vita associativa -

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Alle soglie del mio quinto mandato come Presidente sarebbe doveroso dare una valutazione della qualità, dell’accreditamento, della garanzia, che il nostro circolo si è conquistato nella città.
Sono concetti con i quali una organizzazione di volontariato come la nostra ha sempre più a che fare.
Questo, in primo luogo perché è cresciuta l’attenzione sul conseguimento di risultati certi e tangibili, ma anche sulle modalità che portano a raggiungerli.
In secondo luogo, perché la qualità in senso lato non deve più essere un valore aggiunto di un’azione o di una serie di azioni, ma un requisito a cui non è possibile rinunciare.
Vorrei tuttavia in questo momento porre l’attenzione non sugli indubbi successi del Circolo, né soffermarmi sui futuri sviluppi ma incentrare l’attenzione sull’organizzazione e sul coinvolgimento dei soci, soprattutto su coloro che a breve andranno ad occupare cariche direttive in questo ultimo triennio dopo il quale occorrerà rinnovare la concessione con il Comune di Milano.

Avere cura delle persone è antidoto alla crisi dell’organizzazione Alcuni anni fa, durante il lavoro di valutazione di un vasto progetto a livello nazionale sulle associazioni, emerse in modo chiaro che uno degli effetti prodotti dallo sviluppo della informazione telematica e televisiva era stato la messa in crisi dei sistemi organizzativi e delle relazioni tra i soggetti coinvolti. Le associazioni non erano state in grado di adeguarsi, in tempi rapidi, ai cambiamenti necessari alla realizzazione dei progetti, sia sul piano dei processi decisionali sia su quello dell’aumento improvviso delle persone coinvolte (il nostro circolo in questo senso è una delle tante piacevoli eccezioni). Non necessariamente avere più soldi a disposizione equivale a poter gestire meglio, è necessario imparare anche a gestire maggiori disponibilità finanziarie. Ma non solo questo. Erano peggiorate le relazioni all’interno delle associazioni.
Più del 40% delle persone si erano sentite estranee al progetto organizzativo nel suo insieme e se coinvolte si sentivano sovraccariche di singole azioni prive di una logica complessiva. Forse può sembrare strano, ma la relazione e avere cura delle persone sembrano essere marginali all’interno dei processi di progettazione, si era vista la fondamentale importanza della rete di collegamento tra le persone e la necessità di coinvolgerle nel processo progettuale della conduzione generale. Sempre più spesso nelle associazioni si sviluppa la scissione tra chi progetta e chi mette in atto azioni, tra chi pensa dove andare (e come andarci) e chi poi effettivamente fa si che le cose si muovano (anche se dobbiamo ammettere che nel mondo del volontariato ci sono ancora moltissime situazioni in cui anche chi ha compiti di responsabilità ha anche parte nelle attività concrete). Ci sono cioè delle persone che “fanno” senza prendere minimamente parte al processo preliminare di tipo elaborativo o a quello seguente di tipo valutativo.

Più c’è la partecipazione meno sono i rischi Tanto meno la gente partecipa allo sviluppo dei processi dell’associazione e quindi non svolge alcun compito, tanto più aumentano alcuni rischi: abbandono dopo un periodo breve di tempo dell’interesse diretto sull’associazione, o dell’eventuale posizione occupata. Percezione di essere un ingranaggio di una macchina, che può funzionare a prescindere da esso. Fenomeni di deresponsabilizzazione tra i dirigenti. Forme più o meno esplicite di opposizione alle azioni progettuali.

La partecipazione, stile di lavoro É allora chiaro che lo sforzo dei responsabili di una organizzazione, o del referente di un progetto, deve essere indirizzato verso la ricerca di modi possibili e realistici per promuovere la partecipazione. É vero che molti potrebbero dire che in realtà hanno cercato mille modi per coinvolgere i volontari nel lavoro preliminare, negli incontri e nelle assemblee. Lo so. É l’esperienza di tutti noi. Ma non possiamo fermarci ad accettare questo fenomeno come un dato di fatto; come un destino ineliminabile, comune anche agli altri con cui ci confrontiamo. La partecipazione deve diventare lo stile stesso del lavoro in associazione. Alle volte coinvolgiamo le persone, dopo che un progetto è stato approvato, che è stato deciso dal direttivo dell’associazione, che ha ricevuto il benestare. Non è sufficiente; bisogna trovare i modi più adatti per coinvolgere le persone, tenendo conto delle singole individualità ovvero sarebbe utile tenerne conto. É forse controproducente pensare di chiedere a tutti di partecipare alla fase di stesura di un progetto o chiedere di partecipare ad ore di incontri per capire la strategia migliore per realizzare una certa idea? Ma è importante che le persone sentano che la loro idea, la loro personale e parziale percezione sono importanti per la realizzazione complessiva. Basta a volte, un piccolo segnale; mettere i soci volontari al corrente di quanto si sta pensando, chiedere idee e opinioni nei momenti informali senza chiedere ulteriore tempo ed impegno; usare in modo diverso momenti già esistenti a livello organizzativo (le assemblee dei soci, le riunioni operative, gli incontri durante il servizio).

Non solo strategie Ovviamente non deve solo essere una “strategia” ma deve essere qualcosa di cui si è fermamente convinti; sicuri che i punti di vista degli altri anche se parziali, limitati o anche contrari ai nostri, possano in qualche modo fornire elementi nuovi per un nuovo modo di vedere e pensare il progetto futuro.
É come se durante un processo progettuale dovessimo porre la nostra attenzione ad “aver cura” delle persone e delle relazioni. Prendersi cura è dare attenzione all’altro, ai suoi bisogni ed alle sue potenzialità; prendersi cura è ascoltare e stimolare l’altro. Far sentire l’altro partecipe ed importante per quello che sta facendo ed aiutarlo a collocarsi all’interno di quello che sta accadendo. Dar tempo ai “tempi di ciascuno”. Ed è anche un modo per prendersi cura di noi stessi, che abbiamo la responsabilità dei progetti; la fatica preliminare sarà ripagata dal coinvolgimento e dal supporto degli altri e forse anche dal sentirsi meno soli e sovraccarichi. É ormai una idea condivisa che il progetto non possa essere “rivolto a” ma “pensato con” i destinatari stessi dell’intervento; il passaggio ulteriore, è fare si che i progetti siano condivisi, direi realmente coprogettati, con tutte le persone coinvolte. Questo dovrà essere l’impegno dei soci per aiutare i futuri dirigenti del Circolo, occorrerà da parte di tutti una forte determinazione, porsi ancora in gioco sul piano dell’aggiornamento culturale e normativo, avere una visione sempre più aperta con la società che ci circonda, rapportarsi costantemente con le istituzioni ai vari livelli, pensare al circolo come alla propria casa e rapportarsi con essa con la “diligenza del buon padre di famiglia”.

Auguro a tutti voi una serena e gioiosa frequentazione del Circolo.

Milano 20 febbraio 2006
Alberto Lombardi
Presidente del Circolo
“ARCI-OLMI”

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